Da bambino, vivevo in una “casa operaia”. Forse non tutti sanno di cosa si tratti. Erano, sì, erano, poiché credo siano ormai del tutto scomparse, abitazioni riservate agli operai e alle loro famiglie che un'azienda, allora si sarebbe definita una fabbrica concedeva ai proprio operai. Io abitavo con i miei nonni e i miei genitori in una nelle case del “Cotonificio Olcese-Veneziano”, un enorme fabbrica tessile che ormai non esiste più, la cui attrazione maggiore consisteva per noi bambini di allora nella gigantesca ciminiera. Ma non di questo volevo parlare. All'epoca avevo nascosto tra i miei miserrimi giocattoli un oggetto che destava la meraviglia degli altri bambini: una biro a più colori. Eh già, ero uno dei pochi a possederla, ma la mia mamma, per assecondare la mia passione per la scrittura, non badava a spese: si chiamava “Carioca”, (non la mamma che si chiamava Angelica, intendo la penna biro). E’ chiaro che a scuola non se ne parlava nemmeno di usare uno strumento del demonio come la “biro”. No! Bisognava farsi riempire il calamaio dal Signor Cesare, il bidello che con un’ ampolla faceva il pieno dei calamai incastrati nei banchi di legno e con quell'inchiostro, la cannuccia e il pennino da cinque lire, si scriveva. A casa molti possedevano però la biro, la maggior parte niente di meno che una “Bic”. In occasione della Cresima veniva regalata a quasi tutti la penna stilografica, solitamente di madreperla bianca, un po’ come oggi per la laurea si regala un Mac-Air oppure un I-Pad. Insomma sono uscito dalla preistoria con la BIC ed ora sono già alla PEC (Posta Elettronica Certificata). Che progressi per noi grafomani incalliti!
La lista della parole- spazzatura deve essere costantemente aggiornata. Oggi opterei per l'uso esagerato del participio presente del verbo devastare. “Devastante” è un terremoto, non sono le chiacchiere di un collega di lavoro…
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