Tra le tante distorsioni linguistiche che mi indispongono c'è anche l'uso arbitrario che si fa oggi del termine “design”. Per mia fortuna ho imparato cosa fosse il design alla metà degli anni Settanta (del secolo scorso); ho avuto la fortuna di frequentare il liceo artistico della mia città dove insegnavano docenti davvero indimenticabili. La nozione di design me la fece entrare nella zucca niente meno che Bruno Munari in una serie di lezioni che tenne a noi studenti. Nel 1857 Michael Thonet riuscì a piegare per la prima volta il legno massello e creò un oggetto di arredo ancora oggi molto richiesto: si tratta, naturalmente, dell'omonima sedia. Peccato che oggi la vendano di ferro, di alluminio, di plastica; un oggetto ferito nel suo status. Ecco cosa non è il design. Munari viveva in un mondo tutto suo, un mondo delicato, fatto di arguzia e semplicità. Era un soave intransigente. Il design non cercava la bellezza, né tanto meno l'artisticità, cercava la razionalità della funzione. La bellezza era una conseguenza. Ma i designers allora si chiamavano Munari, Albini, Zanuso, Mari (che è anche un mio concittadino). Lo ricordava anche un famoso libro di quegli anni “Il design in Italia” di Paolo Fossati. Munari ci ricordava che poteva essere attribuito il “compasso d'oro ad ignoti” per la creazione di oggetti geniali, come per esempio la “sedia sdraio” che si usava sulle spiagge: leggera, pratica, occupava poco spazio e costava poco. Oggi i presunti oggetti di design costano tanto, sono illogici, sono pretenziosi, stupidi, come sono stupidi i cosiddetti designers. La Thonet di plastica è come una rosa di plastica. Potete buttarla nel bidone (di plastica).
La lista della parole- spazzatura deve essere costantemente aggiornata. Oggi opterei per l'uso esagerato del participio presente del verbo devastare. “Devastante” è un terremoto, non sono le chiacchiere di un collega di lavoro…
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